Torno a scrivere sul blog dopo mesi. Del resto ormai con tutti questi social network l’avere un blog, per chi come me non ha molto da dire, è diventato un vezzo di poca utilità. Devo ripensare la forma “blog/sito” integrandolo con i vari social network. Per questo sto sperimentando pagine su facebook e google+, e studiando come abbinarle a WordPress. Ma questo è altra cosa…

Dopo questa noiosa premessa ne approfitto per segnalare una intervista a Andrew Ross, docente della New York University, noto per il suo impegno militante, pubblicata sul manifesto e che ho letto sul sito UniNomade. Ross è tra i promotori della campagna “Occupy Student Debt”.
La sua risposta ad una domanda secondo me contiene la chiave delle “lotte” di questo tipo. Il rischio cioè di ridurre a semplice lista di “consigli” i temi della protesta e farne proprie le tematiche, quando invece queste sono (o almeno sarebbero) “alternative” al sistema di visione del mondo di chi fa queste operazioni di “sciacallaggio”.
Che in USA ne stiano dibattendo ed in Italia invece è già successo e sembra normale la dice lunga sulla “crisi” che stiamo vivendo come popolo, e non parlo della crisi economica.
E non penso che OWS sia un movimento di “estremisti comunisti” o chissà cosa. Nessuno sano di mente lo pensa. Ma solo il pensare a criticare il sistema di valori su cui si basa la società attuale in Italia è fuori dall’ordine delle idee, anche da parte di chi si professa di “sinistra”. Qui chi va oltre al semplice rivendicare alcuni “miglioramenti” viene preso per pazzo.
Senza parlare di chi invece ormai prende le distanze da ogni idea di sinistra pur cercandone i “voti”. Del resto in un paese normale nessuno si sognerebbe di considerare i dirigenti del PD non dico di sinistra, ma nemmeno come interlocutori per prenderci un caffè. E purtroppo sto sempre più notando che anche i militanti di quel partito ormai sono su quella lunghezza onda.
Abbiamo introiettato un modo di pensare del capitalismo finanziario a tal punto che ci preoccupiamo di spread, borse, btp e tanto altro, senza nemmeno mettere in discussione il “loro” dominio sulle nostre vite. E senza sapere cosa sono tra l’altro. Potremmo dire, per usare le parole d’ordine di questi movimenti, che il 99% si preoccupa dei problemi dell’1%.

La domanda e la risposta di cui parlo le riporto qui, potete leggere l’intervista integrale nel sito UniNomade

C’è un pericoloso ritornello dei politici e opinion maker socialdemocratici e liberali (si pensi a Paul Krugman): avete ragione. L’obiettivo è quello di ridurre la radicalità del movimento a specifiche domande, cioè al ruolo di opinione pubblica. Viceversa, il movimento Occupy sembra rappresentare la fine della speranza di Obama, ovvero della speranza in Obama. La lotta contro il debito è, innanzitutto, una pratica di riappropriazione della ricchezza sociale. Da questo punto di vista, potremmo dire che è un movimento costituente. Cosa ne pensi?

Concordo. La nostra campagna è un’iniziativa di azione e non una lista di domande, poiché condividiamo l’ethos di Occupy per cui le domande non possono essere rappresentate dal sistema politico attuale, sotto la funesta influenza dei dollari delle aziende. Le azioni che puntano a riappropriarsi della ricchezza e del potere non sono solo in sé potenzianti, ma anche – come dite – costituenti di un nuovo modello di cultura politica. La maggior parte dei partecipanti a Occupy si stanno rendendo conto di una trasformazione soggettiva: il linguaggio è spesso di innocenza radicale, un sintomo manifesto del sorgere di una nuova “struttura del sentire”, per dirla con Raymond Williams. Certamente la classe politica tenterà di cooptarne alcuni, e non la vedo come una risposta inattesa: non si può erigere un confine non poroso tra un movimento e l’establishment.

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